La concorrenza sleale nel settore degli appalti pubblici: il mercato della traduzione e dell’interpretariato

La concorrenza sleale nel settore degli appalti pubblici:

il mercato della traduzione e dellinterpretariato

Nell’attuale crisi economica già di per sé grave, si è venuto ad aggiungere l’effetto della nuova legge sugli appalti pubblici, che a partire da gennaio del 2013 prevede che tutti gli enti pubblici, per l’acquisto di merci e servizi tramite gare d’appalto, utilizzino il portale della CONSIP, cosiddetto MEPA, nonché gli altri portali delle rispettive Regioni e dei rispettivi Comuni.

Tralasciando la discussione sulla validità di questo sistema, a mio avviso discutibile, nel caso specifico della traduzione e dell’interpretariato, questi portali sembrano particolarmente inadeguati e inappropriati, tenuto conto dell’importanza che l’elemento fiduciario ha in questo tipo di professione. Inoltre, l’utilizzo di questi portali non fa altro che vanificare la stessa esistenza delle associazioni di categoria e tutte le conquiste finora ottenute dalle stesse in collaborazione con il COLAP, l’ACTA e via dicendo, ovvero il riconoscimento delle competenze dei professionisti non ordinisti, degli standard di qualità, e della garanzia di formazione continua per assicurare una prestazione di alto livello al cliente.

I bandi pubblicati su questi portali o comunque sui siti Internet degli enti appaltanti presentano vari problemi, fra cui:

  • il criterio del prezzo più basso, come unico criterio che possa dar luogo all’aggiudicazione dell’appalto;
  • la scarsa conoscenza delle realtà del settore, che fa sì che spesso i bandi siano incorretti e quindi devono essere revocati e riemessi in seguito, con perdita di tempo per gli stessi enti pubblici;
  • l’estrema difficoltà di utilizzo, sia per gli enti appaltanti che per i fornitori iscritti, in quanto la terminologia è a dir poco criptica, e solo con l’aiuto (limitato ahimè!) degli operatori dell’apposito call centre si può venire a capo dei relativi meccanismi;
  • la scarsa trasparenza, perché non c’è l’obbligo di pubblicare l’aggiudicatario del bando a conclusione della procedura di aggiudicazione, quindi non si comprende, se il fine del sistema era la razionalizzazione della spesa pubblica e la trasparenza, perché ciò non sia previsto e reso obbligatorio; è vero anche che è facile aggirare il sistema per l’ente che vuole dare l’appalto a una specifica ditta fornitrice, così come reso evidente dagli arresti effettuati recentemente ai vertici dell’EXPO 2015. La difficoltà sta principalmente nell’aspetto burocratico che qualunque malfattore si può permettere di aggirare pagando un impiegato paziente e scrupoloso;
  • c’è poi il paradosso che in molti casi, nonostante la digitalizzazione delle procedure, viene ancora richiesta l’apposizione di marche da bollo sui documenti da presentare e firme digitali dei fornitori, mentre gli enti appaltanti spesso non rispettano le regole imposte dalla legge perché i tempi burocratici sono comunque lunghi, ma la traduzione quasi sempre deve essere consegnata in tempi stretti, quindi si rischia di iniziare il lavoro senza nemmeno ricevere il contratto, cosa che nessun professionista farebbe con un cliente privato. Insomma, le condizioni ormai non le possiamo più dettare noi professionisti, e sono tutte a favore del committente/ente appaltante.

Pertanto, viene lecita la domanda: ma siamo sicuri che questo sistema serva a razionalizzare la spesa pubblica? La trasmissione Report su RAI3 del 2 Dicembre 2012 (https://www.youtube.com/watch?v=f-ZMMBzU1XY) ha provato a descrivere come funziona la CONSIP, ma ha solo scalfito la questione in superficie.

C’è poi da evidenziare un grave elemento discriminante nell’impostazione del sistema di questi portali in quanto sono diretti solo alle imprese e non ai singoli professionisti. E anche se fosse rivolto a questi ultimi sarebbe impossibile per loro parteciparvi, infatti i requisiti che vengono elencati sono ovviamente riferiti alle imprese (con riferimento alla capacità economico-finanziaria, la possibilità di richiedere fideiussioni in banca, l’acquisizione di certificazioni ISO, ecc…), ignorando del tutto le competenze e l’esperienza che un professionista che lavora da 20-30 anni può aver acquisito nel tempo.

Né è fatta menzione da nessuna parte di altri “standard qualitativi” e, in particolare, non è mai richiesto la status di “professionista ex L. 4/2013”. In questo modo, solo le grandi società di traduzione e interpretariato possono partecipare a tali bandi determinando così una corsa al ribasso che ha, come unica conseguenza, un livellamento verso il basso dei servizi offerti a scapito della qualità. Nessuna agenzia si servirà più degli interpreti e traduttori qualificati che in virtù del loro investimento nella formazione continua, nell’assicurazione per la responsabilità civile professionale, nell’iscrizione a un’associazione di categoria che figura nelle liste del Ministero della Giustizia e del MISE possono garantire la qualità, in cambio di un giusto compenso necessariamente alto.

E’ quindi inevitabile che si venga a creare una situazione di concorrenza sleale fra coloro che si richiamano alla legge 4/2013 e che, pertanto, devono garantire il rispetto di una serie di norme e standard e gli altri fornitori che, non avendo alcun obbligo, possono proporre servizi a prezzi decisamente stracciati.

Tutte le associazioni di categoria dovrebbero farsi portavoce di questa situazione presso gli enti competenti, ovvero il Ministero del Tesoro, a cui fa capo il portale CONSIP, e la Regione e il Comune per gli altri portali, chiedendo con forza che il riferimento alla L. 4/2013 figuri come “conditio sine qua non” per partecipare a tali gare, se non addirittura chiedendo di stralciare tali servizi altamente professionali dall’obbligatorietà di legge. Solo così, le aziende invitate a partecipare ai bandi saranno costrette a rivolgersi ai professionisti seri piuttosto che dare l’incarico alle hostess anziché alle interpreti, che hanno tariffe decisamente più basse, per incarichi per cui non sono preparate.

A sfruttare questa situazione ci sono i soliti furbi che offrono formazione per imparare a gestire questi strumenti, dietro richieste di pagamento piuttosto onerose. Gli enti territoriali avrebbero dovuto svolgere questo ruolo ma di fatto sono stati pochissimi quelli che l’hanno effettivamente fatto e fatto gratuitamente. Se si vuole incoraggiare o convalidare l’utilità di questo sistema, laddove esiste un obbligo di legge, deve essere l’autorità stessa a mettere a disposizione gli strumenti per la divulgazione e l’utilizzo dello stesso.

Da notare che la legge 4/2013, già più volte citata, avrebbe il fine di tutelare l’utente, ma in questo modo, avviene l’esatto contrario. Gli enti pubblici, utenti in questo caso, dovrebbero essere tutelati maggiormente rispetto a un utente privato. Il paradosso è che a causa della ‘spending review’ che impone tagli in tutti i settori del pubblico, per ottenere dei prezzi e delle tariffe favorevoli di beni e servizi, si rischia di nuocere al beneficiario stesso. Dall’altra parte, i professionisti non hanno alcuna tutela, vedono un’erosione del proprio mercato a beneficio di figure scarsamente qualificate, pagano imposte e contributi iniqui e sostengono costi crescenti per lo svolgimento delle proprie attività proprio per rispondere a quei requisiti che dovrebbero posizionarli meglio sul mercato ma che, per ora, li penalizzano. A che serve qualificarsi sempre di più se poi il lavoro viene a mancare a causa dei costi determinati dall’esigenza di maggiore qualità e affidabilità? L’impoverimento di massa non giova a nessuno.

Beatrice Romano, interprete-traduttrice, socia AITI e ASSOINTERPRETI


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