Europe as a Space of Translation

Vivere e scrivere tra le lingue


PROGETTO EUROPEO

NELL’AMBITO EACEA CULTURA 2007-2013

PROGETTO BIENNALE EST, „ EUROPA SPAZIO DI TRADUZIONE“

 

 

Articolazione internazionale: tre università interagiscono con il proprio territorio locale e con il grande spazio europeo. In  diverse forme e declinazioni culturali, il progetto EST (Europe as a Space of Translation) intende dare visibilità al ruolo e al lavoro dei traduttori, importanti agenti della cultura, in patria e all’estero, in grado di mettere in moto trasformazioni e processi, nei più diversi campi, dall’arte alla letteratura alla musica, alla scienza, alla psicanalisi, alle scienze.

PRIMA TAPPA: NAPOLI, 29 GENNAIO 2009

CONFERENZA STAMPA E GIORNATA DI DISCUSSIONE

“VIVERE E SCRIVERE TRA LE LINGUE”

 

A Napoli, sede di coordinamento, è stato presentato il progetto con grande risonanza di pubblico e di stampa (televisione, siti, quotidiani, riviste culturali). La presentazione è avvenuta il 29 gennaio all’Hotel Royal di Napoli, proprio per sottolineare l’apertura di una iniziativa che parte dall’università ma è intesa per il territorio; per la riqualificazione di Napoli nelle sue interne strutture culturali e nella sua immagine, ma anche nel suo ruolo di città della cultura, della traduzione, dei transiti culturali. La conferenza stampa è stata accompagnata da una giornata di discussione sul tema: "Vivere e scrivere tra le lingue". Dopo i saluti del vice-rettore Prof. Elda Morlicchio e la presentazione del progetto da parte della Project manager Camilla Miglio e dei partner Dieter Hornig (Università di Parigi VIII) e Johanna Borek (Università di Vienna), Valentina Di Rosa modera una discussione tra alcuni tra i più importanti traduttori italiani che praticano nello stesso tempo la scrittura letteraria in prima persona: Antonella Anedda, Franco Buffoni, Laura Bocci, Lisa Ginzburg, Gabriele Frasca, Helena Janeczeck, Marco Ottaiano, Silvio Perrella.

 

SECONDA TAPPA: PARIGI, 4-5 GIUGNO 2009

“LA TRADUZIONE E LE SUE SFIDE: DA FREUD A DERRIDA, E OLTRE… RIFLESSIONI, INCONTRI E LETTURE SULLE RELAZIONI TRA PSICANALISI, FILOSOFIA E TRADUZIONE”

 

E’ nei termini di oggetto e soggetto che la psicanalisi ci interessa. In qualità di oggetto si tratta di gettare uno sguardo sulla storia delle traduzioni: in Francia la nuova edizione dell’Opera Omnia di Freud è stata inaugurata da Jean Laplanche nel 1988 e si è conclusa nel 2006 con la pubblicazione dell’ultimo volume. E’ riuscita forse a imporsi nel tempo, dopo aspre polemiche, come una solida edizione di riferimento? Quale sarà il destino delle nuove traduzioni in corso che appariranno prossimamente, quando gli scritti di Freud saranno già di pubblico dominio? In Inghilterra la Standard Edition, curata tra il 1954 e il 1974 da James Strachey è stata a lungo un autorevole punto di riferimento. Ma si trova oggi a concorrere con le nuove traduzioni coordinate da Adam Philips, traduzioni che intendono offrire una resa delle qualità stilistiche e retoriche della scrittura di Freud. E per quanto concerne le traduzioni in altre lingue? Come le traduzioni in italiano, ad esempio, o in arabo, per le quali il francese si è posto come lingua di mediazione.

Ma è anche in qualità di soggetto che la psicanalisi ci interessa, come interlocutrice. Le porremo delle domande a partire dall’esperienza della traduzione. Cosa ha da dirci sulla lettura del testo, quell’ascolto analitico ed esauriente, sulla psiche che traduce e sulle sue implicazioni, sul percorso attraverso le lingue, morte o viventi che siano, materne o paterne, sul piacere e sul desiderio legati a questa pratica che spesso è relegata all’ambito della frustrazione e della sofferenza? Troppo a lungo la filosofia occidentale è rimasta fedele alla sua origine greca, situando la conoscenza al di là o al di sopra delle lingue reali, rifiutandosi quindi di riflettere sulle diversità linguistiche. L’opera di Jacques Derrida è un’eccezione: prende forma proprio a partire da questa diversità. Si tratta di un’opera completamente attraversata dal problema e dalla prova della traduzione che, in tal modo, viene situata alle origini stesse del metodo filosofico. La decostruzione, affermava, è “più di una lingua”. In che misura l’opera di Derrida potrà aiutarci a pensare l’atto del tradurre, con tutta la portata della sua complessità e dei suoi paradossi?

 

TERZA TAPPA: VIENNA, 12-15 NOVEMBRE 2009

TRADURRE NELL’AREA DEL MEDITERRANEO. COSTRUZIONE E DECOSTRUZIONE DELL’”OCCIDENTE” E DELL’ ”ORIENTE”

 

“L’Europa non ha un’anima pura – e questa è la sua forza”: così Wolf Lepenies si è espresso in occasione del conferimento del premio per la pace conferitogli dalle librerie tedesche nel 2006.  L’”attività di mediazione” portata avanti dagli Arabi fin dall’ottavo secolo, senza la quale a parere di Lepenies in Europa non ci sarebbero stati né il Rinascimento né l’Illuminismo, consisteva infatti in una operazione ben precisa: tradurre e commentare. Sono stati i traduttori, fin dall’inizio, a rendere multiforme l’anima dell’Europa; sono state le tracce lasciate dai traduttori a privare di ogni legittimità storica le affermazioni odierne circa l’“identità cristiana” dell’Europa; è stata l’eredità dei traduttori a qualificare come menzogne storiche tutti i tentativi di costruire e mettere in gioco blocchi di culture puri e restii alla reciproca interazione.

Il luogo della loro attività, l’area del Mediterraneo, viene descritto da Fernand Braudel come “espace de mouvement”, come uno spazio di movimento, come uno spazio di incontri e collisioni, di commercio, di pirateria, di contrasti armati sul mare. Bisognerebbe aggiungere: di racconti che circolano – e di traduzioni. Questo spazio si costituisce anche attraverso il procedimento di traduzione; dai percorsi della traduzione nascono spostamenti sempre nuovi dei confini interni all’area del Mediterraneo.

Il Mediterraneo stesso quindi viene ad essere circondato da uno spazio ben più ampio, che Braudel ha chiamato “plus grande Méditerranée“ ovvero Mediterraneo maggiore, e una archeologia della traduzione può rintracciare gli altri luoghi del suo dispiegamento nelle pieghe di questo spazio. I siriani di lingua greca che vagavano in Oriente, i persiani  di lingua Pahlevi che vagavano in Occidente, i cristiani copti di lingua araba, gli Arabi mussulmani di lingua persiana, nella Baghdad dell’ottavo-decimo secolo trasmettono – traducendoli in arabo – testi centrali della filosofia, medicina e scienza naturale dell’antichità greca, in parte già tradotti in siriano o aramaico; durante il dodicesimo secolo, nella “riconquistata” Al-Andalus ebrei spagnoli di cultura araba e cristiani spagnoli di lingua latina traducono
manoscritti arabi in latino. L’Europa ha acquisito la propria eredità ellenistica per mezzo dei traduttori arabi; inoltre, i testi della scolastica divenuti canonici per la Chiesa cattolica – tentativi teologici di conciliare la religione rivelata con le esigenze della filosofia razionale -, e in primo luogo i testi di Tommaso d’Aquino, sono nati grazie al confronto con i testi latini del filosofo del medioevo cristiano, Aristotele, e del commentatore arabo degli scritti aristotelici, Averroè – entrambi basati su molteplici processi di traduzione incastrati l’uno nell’altro.  La dominazione araba aggiunse alla Sicilia una ulteriore sfaccettatura linguistica al già esistente plurilinguismo della élite dominante; gli ex-sudditi del regno bizantino, che si esprimevano ancora in lingua greca, non recisero completamente i propri contatti diplomatici con Bisanzio neppure sotto gli arabi, i normanni e gli Hohenstaufen, sfruttando questi rapporti, tra l’altro, per acquisire manoscritti che vennero tradotti in latino – in un’epoca in cui in Castiglia non si traduceva più dall’arabo in latino, bensì nella lingua del popolo che andava guadagnando un prestigio sempre maggiore.

Ma queste sono stratificazioni relativamente profonde dell’attività di integrazione portata avanti dai traduttori nell’area del Mediterraneo. All’inizio del diciottesimo secolo viene pubblicata una raccolta di “Racconti delle mille e una notte” tradotta dall’arabo per mano di Galland, francese appassionato di Oriente. Per l’immaginario europeo essa rappresenta una pietra angolare della costituzione dell’Oriente come (allora esotico ed affascinante) Altro dell’Occidente. Questi “racconti arabi” ampliano l’estensione del Mediterraneo non solo verso Est fino alla Persia e alle Indie, ma anche verso Sud, dalle città portuali sulle coste alla penisola Arabica e fino alle zone dell’Africa sub-sahariana.

Due secoli e mezzo prima, gli Ottomani avevano conquistato Costantinopoli ed esteso gradualmente il Mediterraneo orientale fino alle fortificazioni della città di Vienna, per l’ultima volta nel 1683: una data associata ad un immaginario ambivalente, con la quale Vienna diventa un luogo di memoria della “vittoria dell’Occidente cristiano” contro la minaccia dei turchi e dunque dell’Islam.  Le traduzioni riscrivono “Vienna 1683” nello spazio del Mediterraneo stricto sensu – ma sono anche i traduttori che durante il diciannovesimo secolo, nel contesto delle relazioni diplomatiche tra Vienna e Costantinopoli, si ispirano agli “aspetti positivi” di questa ambivalenza. Joseph von Hammer-Purgstall, diplomatico, traduttore e fondatore degli studi sugli Ottomani, estende ancora una volta l’area del Mediterraneo al di là di Costantinopoli traducendo il Divano del persiano Mohammed Schemsed-din Hafis – con le note conseguenze sulla letteratura tedesca.

La “letteratura tedesca”: è sempre più evidente che il carattere monolingue delle letterature nazionali (che in buona parte comunque consistono di testi tradotti) è solo apparente, e al contempo è sempre più chiaro anche che i traduttori e le traduttrici di oggi, non diversamente tra l’altro da quelli del Mediterraneo pre-moderno, si muovono in un contesto plurilingue. E sempre più persone si trovano a vivere – per cause di forza maggiore – e a scrivere in una lingua diversa dalla propria, diversa da quella con la quale sono cresciuti. Ad una situazione linguistica post-coloniale ne subentra una caratterizzata dalla migrazione, e l’area del Mediterraneo (quello propriamente detto, o il “maggiore”) torna ad essere per l’Europa palcoscenico delle frizioni, delle mescolanze, delle identità impure. Questo è un motivo sufficiente per confrontare le fantasmagorie di purezza provenienti da parti diverse con la realtà storica di questi contaminatori di professione, e rapportarsi alle ragioni del patrimonio europeo condiviso utilizzando la prospettiva di coloro attraverso le cui mani tale patrimonio ha sempre dovuto passare: i traduttori e le traduttrici occidentali-orientali.

 

QUARTA TAPPA: PROCIDA 13-19 SETTEMBRE 2010

SUMMER SCHOOL: “HOMELANDS IN TRANSLATION”

 

Il progetto EST incontra la rotta di un’altra impresa promossa dall’Orientale in collaborazione con le Università di Halle – Oxford – Copenhagen.

Una Summer School: Homelands in Translation –  che si è interrogata su questioni di traduzione culturale dei concetti di Patria e Nazione, solo apparentemente legati alle identità locali, e solo apparentemente intraducibili. La Summer School ha inteso fornire un contributo alla demolizione del topos del Clash of Civilisations,  elaborato dal punto di vista delle scienze umane e linguistiche. Heimat nell’uso tedesco è spesso sinonimo di „Geborgenheit“, „protezione, accoglienza“, associato a un senso di sicurezza in grado di fondare una certezza di giudizio sul mondo, in base a esperienze vissute nel proprio luogo natìo. La perdita della patria, sia per allontanamento coatto (Vertreibung) o per migrazione determinata da altri fattori, spesso viene espressa nella metafora dello sradicamento, ovvero perdita di un punto fermo nella vita. La reazione consiste non di rado in una trasfigurazione, o mistificazione della Heimat, rivelatrice delle proiezioni di chi la formula così come latrice di molte informazioni sui territori e gli ambienti cui le rappresentazioni immaginarie si riferiscono.

Una presunta o effettiva perdita di patria non comporta necessariamente l’abbandono del proprio territorio. Le cause possono risiedere in un radicale cambiamento della sua struttura naturale e sociale: modificazioni tecnologiche, o apertura di vie di comunicazione, trasformazioni della struttura economica, immigrazione ecc. La Heimat assume dunque tanto maggiore importanza quanto più „liquide“ si fanno tradizioni e certezze ad essa legate, di cui si percepisce la perdita.

L’umanità reagisce da tempo a questi sviluppi con la tendenza a risituarsi e rassicurarsi in ambito storico e regionale secondo diverse forme di tradizionalismo, per cui presunte tradizioni vengono a stabilizzarsi artificialmente o almeno selettivamente; a volte esse vengono create ex novo al fine di garantire una identità collettiva e individuale. Un esempio curioso potrebbe essere quello del pastore tedesco, dato per tipico, in realtà un prodotto d’allevamento che risale alla fine del XIX secolo.

Negli ultimi decenni si è dunque parlato sempre più diffusamente del fenomeno della ‚Glocalizzazione’ come reazione alla ‘Globalizzazione’, percepita come minaccia e perdita di identità. Ciò che viene percepito o si impone come tradizionale ha assunto un influsso sempre maggiore contro lo Stato, sentito come entità corrotta. In contesti postcoloniali è diventato usuale il termine resistance, non nell’accezione europea di diritto di resistenza, bensì come resistenza contro l’occidentalizzazione e contro i criteri di valutazione dell’identità in termini ‚occidentali’. Questa tendenza alla romantizzazione della patria, intesa come formazione naturale, e la conseguente difesa contro influssi esterni non tiene conto del fatto che quasi tutte le tradizioni locali, tutte le forme di Heimat con le loro ricadute linguistiche, culturali, religiose non sono altro che il risultato di una catena di „Traslazioni“. Con il termine Traslazione (Translati
on) si intende un ambito di ricerca particolarmente radicato nell’Università di Halle. Si tratta di studiare la migrazione di elementi di ordinamenti epistemici e normativi e la loro ricollocazione e ricezione in contesti nuovi.

Sono stati affrontati anche aspetti di ordine strutturale: il rapporto tra paesaggio e produzione simbolica, aspetti culturali e antropologici legati agli studi postcoloniali applicati a situazioni insolite, come per esempio il caso italiano. Sono stati inoltre discussi nuovi approcci e metodi, quali la geografia culturale e la geopoetica.

Studiosi e dottorandi da tutta Europa hanno affrontato in lezioni e workshop temi e problemi connessi alle questioni di identità, comunità immaginate, territori mentali.

 

QUINTA E ULTIMA TAPPA: NAPOLI 22-29 NOVEMBRE 2010

TRADURRE (IN) EUROPA. FESTIVAL A NAPOLI

 

 

Da sempre materia preziosa di Napoli è stata la sua posizione geografica. Un territorio dove i confini più sottili s’intrecciano ora nella tragedia, ora nell’incanto. Il festival della traduzione, Tradurre (in) Europa, si svolgerà dal 22 al 29 novembre 2010 nei luoghi più rappresentativi di Napoli: castelli, piazze, librerie, vicoli, palazzi, navi e banchine di una città nuova. Sarà un’occasione per riflettere su questa Napoli che nei secoli si è eretta in uno spazio di commistione, e che oggi si fa simbolo di un incontro proiettato su diverse direzioni, a metà strada tra Oriente, Europa e Mediterraneo.

Intendiamo la traduzione in un senso molto ampio, cercando di dare corpo a molte idee e teorie che dal Romanticismo in poi, ma in maniera più intensa negli ultimi 30 anni, hanno dato corpo a una idea di traduzione come aspetto fondamentale dello sviluppo delle culture. Una traduzione intesa in senso molto ampio: passaggio e metamorfosi di codici che non sono le lingue diverse, ma i linguaggi dei media, dell’espressione artistica, che accolgono e riscrivono temi, miti, figure. Non sono solo le lingue maggioritarie, a livello nazionale e internazionale, ma appunto i dialetti e le lingue minoritarie con le loro ricchissime letterature, culture, visioni etiche. L’Europa storicamente si pone, nel bene e nel male, come luogo collettore e ricreatore di lingue, linguaggi, culture altre. La forza dell’Europa è il suo lavorare spesso ‘di seconda mano’. Il messaggio, anche politico, di una comunità multiforme e multilingue che si ponga non come centro irradiante ma come luogo di passaggi e mediazioni è il punto di riferimento del nostro festival.

In questa ottica L’Unione Europea ha deciso di sostenere e patrocinare il festival, inserendolo nella ricchissima agenda del Programma Cultura 2007-2013, e permettendo all’Università “L’Orientale”, promotrice del progetto,  in collaborazione dell’Università di Vienna e dell’Università Paris VIII, di destinare risorse umane e scientifiche alla promozione di saperi che varcheranno il perimetro accademico per interagire con il fervore culturale della città.

La realtà culturale napoletana è di fatto una porta d’accesso a un pensiero d’Europa come luogo accoglienza e sviluppo dell’alterità, soprattutto mediterranea e orientale. Tradurre (in) Europa sarà quindi non soltanto un evento di rilievo internazionale, ma anche un modo per proporre la traduzione (nel suo senso più generale, tra musica, teatro, cinema, fumetto, letteratura colta e popolare) come strumento di lettura della complessa e stratificata identità napoletana.

Tradurre (in) Europa significherà quindi tradurre in Napoli una prospettiva di carattere internazionale, eliminando le barriere che spesso s’interpongono tra l’attività accademica e l’attivismo culturale presente nei vari strati della società civile.

Il festival, pertanto, si farà carico della promozione di questo doppio registro, accademico e allo stesso tempo popolare, dedicando ampio spazio al dialetto, alla musica e al fumetto, cercando in questo modo di coinvolgere da un lato i napoletani di tutte le età che credono nella rinascita culturale, e dall’altro le istituzioni politiche, finanziarie e turistiche, italiane e straniere, presenti in città, che generosamente hanno investito e continuano ad investire in questo rinnovamento. Napoli, traducendo e traducendosi tra il 22 e il 29 novembre 2010, si presenterà ancora una volta nella veste di una perfetta ospite, accogliendo scrittori, attori, traduttori, musicisti e doppiatori di rilievo internazionale.

Si parlerà di cultura e di culture, di traduzione e scrittura, ci piace pensare a una nave in rada possa ospitare un laboratorio di calligrafia giapponese, a persone di passaggio invitate ad ascoltare i doppiatori descrivere il loro lavoro tra le lingue, studiosi e traduttori di classici narrare necessità e virtù delle ri-traduzioni. Prenderà forma una misteriosa lanterna magica per i bambini, autori nostalgici trapiantati in posti lontani dalla propria casa verranno a raccontarci il senso della distanza e dell’incontro.

 

 http://www.estranslation.net/it/index.php?id_site=1 

 

Ufficio Stampa dell'Università Orientale:

Gabriele Flaminio

Email: press@unior.it

Ugo Cundari

Email: uffstampa@unior.it

Tel: +39 (0)81 69 09 190

 

Staff Ufficio Stampa:

 

Camilla Balsamo

Email: balmilla@gmail.com

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