La natura morta
nella pittura vesuviana

Fino alla fine dell’800 la pittura pompeiana fu studiata per quadri. La scienza antiquaria del 7-800 aveva studiato la pittura di Pompei, anzi l’aveva capita solo, come quadri. Questa tendenza si è poi sostanzialmente rovesciata da Mau in poi. Fu Mau che, nella sua storia dei sistemi decorativi della pittura pompeiana, studiò appunto quella pittura non più come quadri, ma come "primo stile", "secondo stile", "terzo stile", "quarto stile", vale a dire come sistemi decorativi. Nella definizione dello stile il quadro giocava una parte non più sostanzialmente rilevante; esisteva il quadro, ma come parte della parete. Per tutto questo secolo, sulla scia del Mau, è stato sempre così. A parte pochi studi, soprattutto di tradizioni iconografiche sull’insieme dei quadri come riflessi di un programma decorativo, nessuno più ha studiato il quadro in quanto tale. Questo, secondo me, soprattutto per quanto riguarda alcuni generi, ha determinato un impoverimento, perché il quadro per gli antichi aveva grandissima importanza. Diceva un famoso autore latino: "Nessuna gloria vi è nella pittura se non nei quadri". La pittura parietale era considerata artigianato, ma i famosi pittori Zeusi, Parrasio, Polignoto erano fondamentalmente pittori di quadri; nei grandi santuari i capolavori erano quadri, e i quadri della pittura di Pompei sono il riflesso di pittura su tavola, i cui autori non erano meno famosi di Rembrandt, Van Gogh, e altri; era vera pittura da cavalletto. Quindi dobbiamo rivalutare il fatto che nelle pareti pompeiane vi è il riflesso di un vero e proprio genere artistico, la natura morta. "Natura morta" è un termine moderno, postbarocco, del tardo Rinascimento, tradotto in molti modi diversi nelle lingue europee. Per gli inglesi è "still-life", cioè la vita ferma, tranquilla; per i tedeschi e per gli olandesi, "stil leben"; per gli spagnoli, la "naturaliza muerta" o "bodegàn". Gli antichi chiamavano le nature morte "xenia", "i doni ospitali", la frutta, le uova, la verdura, le semplici cose di campagna che il buon padrone di casa era solito inviare crude ai propri ospiti nelle loro stanze, perché potessero prepararsele quando volevano; un pò come si usa nei grandi alberghi moderni dell’America e dell’Asia, dove agli ospiti si serve un cestino con la verdura e la frutta. Vitruvio ci informa che il nome era passato a designare i quadretti dipinti con gli stessi oggetti. La conferma che gli antichi usassero effettivamente questo nome per la pittura di natura morta ci viene da un passo del retore greco di Lemno, Flavio Filostrato il Vecchio, della fine del II secolo d.C., il quale, descrivendo una galleria di quadri che lui ha ammirato a Napoli e che commenta per un gruppo di suoi giovani condiscepoli, definisce chiaramente come "xenia" due composizioni perdute, la cui descrizione corrisponde esattamente al genere che le pitture pompeiane raffigurano. Una di esse raffigurava, infatti, fichi, noci, pere, ciliegie, uva con miele, formaggi, e del latte con i vasi. L’altro genere rappresentava una lepre viva e una lepre morta, un’anatra spiumata, diversi tipi di pane, frutta fresca, castagne e fichi. La testimonianza di Filostrato è preziosa anche perché ci presenta il punto di vista critico di un intellettuale evidentemente informato di cose d’arte, e pure se cade circa un secolo dopo le pitture di Pompei, il suo giudizio potrebbe tranquillamente applicarsi ad esse, perché, come vedremo, questo genere aveva avuto poche trasformazioni dall’età ellenistica in poi. Quando Filostrato insiste, infatti, sulle qualità realistiche dei dipinti e sulla capacità della pittura di fermare sulla tela la bellezza fuggente del reale confondendo l’arte, la realtà e la sua rappresentazione, la sua valutazione non è, difatti, distinguibile da quelle delle fonti ellenistiche. Il suo passo è: "Perché non prendi questi frutti che sembrano fuoriuscire dai due cesti? Non sai che se aspetti anche soltanto un poco non li troverai più come sono ora, con la loro trina di rugiada?".


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